< Dottoressa, sa che lei è molto bella?>
< Relazioni interpersonali a yo yo ed esageratemente intense. Alternanza di svalutazione e iperdealizzazione.>
< Dottoressa, mi piace il modo in cui accavalla le gambe.>
< Distorsione dell'identità. L'immagine il sensore la percezione di sè continuamente instabile.>
< Dottoressa, non ci credo che ha trent'anni. Ne dimostra ventidue.>
< Decisiva reattività dell'umore, attimi di intensa ansia irritabilità rabbia.>
< Dottoressa, posso chiamarla per nome?>
< Mancanza totale di ogni senso del rimorso.>
< Dottoressa, ho sempre sognato una storia con una donna più grande di me.>
< Incapacità totale di pianificare.>
< Dottoressa, devo dire che ha delle caviglie sublimi.>
< Irresponsabilità abituale e noncurante.>
< Dottoressa, le piacciono le rose?>
< Attenzione maniacale per i dettagli, le regole, fino a perdere lo scopo prefissato.>
< Dottoressa, scommetto che appena sveglia la sua voce è ancora più sexy.>
< Grande rigidità e soprattutto testardaggine.>
< Dottoressa, scommetto che lei è un Leone ascendente Vergine.>
< Incapacità di gettare oggetti di uso comune o cianfrusaglie anche senza alcun significato affettivo.>
< Dottoressa, di certo non butterei il suo numero di telefono.>
< Un anoressico atipico borderline antisociale ossessivo complusivo ci sta provando con me?>
< Dipende. Uscirebbe con me?>
< Forse.>
< Io no. Sa, ho la ragazza.>
Ormai sono certo che esista la reincarnazione.
Ormai sono certo che nella mia precedente incarnazione devo essere stato un assassino, e di quelli perfidi. Di quelli che entrano di soppiatto nelle camere delle liceali vergini, si approfittano di loro e sgozzano loro la carotide con un taglierino per farle smettere di strillare. Di quelli che strangolano impunemente i neonati per vendere i loro organi al mercato nero. Di quelli che si sposano le vecchie per poi farle fuori, magari lanciando l’anziana sulla sedia a rotelle giù da un pendio, per poi incassare con allegria l’eredità.
Dio, non sto scherzando.
Sto a pezzi. Insomma, visualizzatimi in stile sushi.
In stile puzzle.
Fortunatamente mia sorella in questa storia non c’entra niente, è partita in vacanza con una sua amica
strano che abbia amiche eh? Vorrà rubarle il fidanzato.
e in effetti le cose filavano abbastanza lisce.
In quanto a mia madre, non si è presa nessuna rivincita sul fatto che io non mi sia ancora laureato in qualche cervellotica facoltà.
Puoi dare di più! Molto di più! Di più di più di più di più
ed io evito accuratamente di parlarle. A tavola, non mi serve nemmeno chiederle <Mi passi il sale?> perché per principio non salo più niente da un bel po’ di tempo.
In effetti, sono una persona un po’ insipida.
Sono così sconvolto che scrivo cose tremendamente inutili ed inquietanti ad una seconda lettura.
Vorrei tremendamente che ci fosse Cì accanto a me.
Non l’ho ancora chiamata, anche se in questa faccenda c’entra e non c’entra.
E’ stata sicuramente lei la miccia a fare scoppiare tutto.
Mio dio.
Avrei estremamente bisogno di lei, ma ora, lei, non c’è.
Grazie mille. Il resto? La ricevuta? Il contentino lo avrò solo quando tornerai?
E quando?
Sfarfuglio. Mi chiudo in uno strano mutismo.
Nemmeno quell’idiota del mio gatto (Petite Nietzsche) riesce a strapparmi un sorriso.
Questa cosa non doveva capitare, non a me.
E’ che mi illudo, a volte, di avere dei problemi degni di nota. Ecco che se ne accatastano altri.
Ora però ho le mani dentro un cadavere sanguinante.
Con le dita affondo nella ferita, estraggo pezzi rotoli vischiosità varie.
Ho le mani tinte di un rosso scarlatto cangiante quasi assurdo.
Che solo io posso vedere.
Questo corpo martoriato da un taglio troppo profondo è
un’amicizia
tanto preziosa quanto delicata.
Non si può sistemare.
Non ci sono punti, non ci sono bende o fasciature.
Perché non me l’hai detto prima?
Perché me l’hai detto?
Stupido! Potevi tenerti il tuo fardello in silenzio.
Stupido! Volevi solo allontanarmi da te.
Stupido! Mi ha fatto così male vederti piangere per la seconda volta.
So che sarà l’ultima, ora.
< Allora, come vanno le cose?>
< Insomma. >
< Sempre “insomma”, eh! >
< …>
< Io mi sono licenziato. Voglio trovare un datore di lavoro che capisca che anche gli uomini POSSONO usare il profumo.>
< Sì, ma tu usi i profumi da donna.>
< Non ci capisci niente, in queste cose, tu. Io uso quelli unisex. Anche tu dovresti usarne uno: odori di saponetta.>
< Mi piace l’odore del sapone.>
< A te sì, agli altri no.>
< Alla mia ragazza sì.>
< ….Allora ti vedi ancora, con lei…?>
< Sì.>
< Sai che non sono d’accord…>
< Non m’interessa la tua approvazione. Non sei mica mio padre.>
< Sì, ma…>
< Mi hai voluto vedere tu, no? Vuoi dirmi cosa c’è? >
Perché l’ho chiesto? Magari se n’era dimenticato.
Magari aveva deciso di non parlarmene.
Esitazione. Silenzio.
Raro che stia in silenzio. Torno io, all’attacco.
< Mi chiedo perché tu ce l’abbia così tanto con Cì.>
< Non chiamarla così.>
< Perché mai non dovrei?>
< Perché mi chiamavi “Effe”. E ora non lo fai più.>
< Francey, mio dio, non vorrai fare il sentimentale…>
< Vabbè.>
< Allora che è che mi dovevi dire?>
< Parto.>
< E per dove?>
< Londra. Dai miei.>
< Ma non li sopporti!>
< Mi abituerò.>
< E per quanto? Un paio di mesi?>
< Per sempre.>
< …>
< …>
< Smettila di dire stronzate.>
< Non sto scherzando, è vero.>
< …>
< Mi dispiace, Gianco.>
< Francey…Mi vuoi spiegare perché….?>
< Parto e basta. Perché dovrei darti spiegazioni?>
< Perché sei il mio migliore amico, cazzo!>
< Ecco. Esattamente per questo.>
< …Perché sei il mio migliore amico?>
< Sì. Perché sono il tuo migliore amico. Solo questo.>
Solo questo
Solo questo
Solo questo
Solo questo
Solo questo
Ditemi che è un incubo vi prego.
Non posso che fissarlo. Tento disperatamente di trovare un appiglio che mi salvi.
Che mi faccia capire che ho capito male.
Non lo trovo.
Sprofondo.
Silenzio.
< Gianco, è inutile. Non riesco a vederti uscire con le ragazze, non riesco a vederti uscire con lei, lei, lei che ti somiglia così tanto, Gianco io…>
< Da quanto.>
Mi stupisco della mia stessa voce.
Gelida e fredda, automatica come il colpo di una pistola.
Calcolatrice.
< Non ti deve importare, non ti deve interessare, non…>
Gli afferro un polso sottile.
Vorrei essere calmo, ma c’è rabbia dentro di me.
Rabbia.
E un buio triste infinito.
< Ti ricordi quella volta, hai giardini, che ci siamo rivisti dopo aver litigato…?>
< Avevamo diciassette anni.>
< Sì.>
< Sì.>
Mi spiace vederlo piangere.
Mi spiace vederlo sciogliersi così.
Mi spiace così tanto che preferirei non esistere.
Capisco ora perché
Non riuscivi a tenerti un ragazzo più di un paio di settimane
Non riuscivi a sopportarti Cì
Mi stavi sempre vicino nonostante i miei periodi storti
Le mie lune
Vorrei poterti aiutare, ora, vorrei poterti salutare, domani
Quando prenderai quell’aereoplano che ti porterà a Londra
Ma non posso perché
< Giancarlo, non ti preoccupare, è tutto a posto…>
< Mio dio, io non potevo immaginare.>
< Giancarlo non ti preoccupare per me. Però capisci che è meglio se non ci si vede più.>
Se non ci si vede più.
Mai più.
Mai più i capelli biondi e quelle tisane che compravi chissà dove.
E i dadi trash e rosa della tua auto.
E…
Ciao.
< Allora ciao.>
< Ciao.>
< Ciao.>
< Ciao.>
Non mi piace vederti salire su quell’auto in modo un po’ sgraziato, un po’ ingobbito.
Sembra che non piangi più, ma appena chiudi la portiera vedo la tua faccia contratta
Mi volto,
non voglio vederti
non voglio vederti piangere
non voglio vederti più.
Il mio migliore amico è morto
Ecco cosa dirò oggi in poi
Sto sprofondando in uno strano tunnel di luci così colorate che mi sento cieco.
Come potevi amare uno come me?
Come puoi essere innamorato di me?
Vorrei poterti amare anche io.
Ma lo sapevi benissimo che non potevo.
Non posso. Non posso.
E non perché ho Cì, o perché sono uscito solo con ragazze
Ma perché
tu eri sei sempre sarai il mio migliore amico e basta
Una mano calda e sempre fresca sulla mia fronte.
Sono sempre stato così egoista (e lo sono ancora) che mi viene da vomitare
Anzi
Penso che andrò a farlo proprio ora.
Quando mia sorella stava fuori tutta la notte, io certo non rimanevo a fissare la luce tremula della lampada blu optical.
Sapevo come passare il mio tempo.
Mangiavo.
Mangiavo fumetti.
Li aprivo, li sfogliavo, con avidità leggevo le onomatopee colorate e le esclamazioni nei balloons.
Ammiravo i vari tipi di colorazione (qua pantone, qua acrilico, qua tutto fatto al computer, e qua, qua sarà mica colore a olio?), toccavo con i polpastrelli quelle vignette stupende con incredulità.
Sapevo a memoria i nomi dei miei autori di storie preferiti, conoscevo a menadito vita e opere dei disegnatori che maggiormente idolatravo.
Ma la cosa che adoravo di più, erano i supereroi.
Avrei tanto voluto avere l'agilità e gli artigli di Wolverine.
Avrei tanto voluto avere la volontà e la forza di Batman.
Avrei tanto voluto avere la sinuosità e l'ingegno di Spiderman.
Avrei tanto voluto avere la superforza e la bontà di Superman.
Ma la verità, che toccavo con mano sfiorando le pagine troppo liscie e chiassose era che
io non ero un superuomo.
Non lo sono tutt'ora.
Mi precludo tante, troppe cose.
Mi piace dipingere grandi tele.
Non salvo la mia città dai criminali problematici dagli psicotici tossici di tachipirine nè tantomeno da assassini perbenisti e borseggiatori.
Io non / sono.
Da piccolo però, pensavo che se anche allora non lo ero
(Mi rifiutavo di pensarmi come un Robin grassoccio)
lo sarei diventato, una volta adulto.
Ma ad un passo dai ventun anni, mi rendo conto che non sono niente di quello che mi aspettavo di essere.
Certo, non speravo di essere punto da un ragno per acquistare superpoteri, oppure che i miei genitori venissero uccisi da un ladro (anche se l'idea mi ha sfiorato, un paio di volte, e con piacere), caricandomi di odio e di volontà per la distruzione del marcio intero che infesta il mondo come una mefitica muffa.
A quindici anni, accantonai tutti quei giornalini in uno scatolone.
A quindici anni avevo già la camera tutta per me.
Misi lo scatolone in soffitta.
Non ci pensai più.
Non pensai più di diventare un altro un cazzuto supereroe che avrebbe potuto salvare il mondo.
All'epoca pensavo solo di salvare me.
Di riuscire a contare le costole.
Era il mio nuovo, stupido obbiettivo.
Ma più facile.
Quando traslocai, solo, e venni ad abitare qui, portai insieme agli altri scatoloni, anche questo.
Pensavo fosse pieno di materiale vecchio da disegno, magari album carichi di grezzi schizzi.
E invece no.
Quando lo aprii, quando stracciai con fatica lo skotch da pacchi nero, quando vidi il contenuto
non è che mi commossi, ma qualcosa del genere.
Mi sono sentito maledettamente morire.
Dove sono finite le mie ambizioni?
Dove sono finiti i miei sogni nel cassetto?
Ho urlato a gran voce e in silenzio, nella mia nuova piccola casa.
Ho afferrato copertine luccicanti con occhi altrettanto luccicanti ho smesso di pensare volevo stracciarli farli a pezzi morderli mangiarli per davvero.
Non sono un cazzo di superuomo.
Non sono niente.
Sono solo un tocco di pillole per dormire e l'acqua bollente ogni mattina.
Poi per caso ne ho aperto uno.
Ed è stato come se mi avessero salvato per davvero.
Mi sono accoccolato sul pavimento ancora da spazzare
e per un giorno intero, senza bere nè mangiare (sai che novità)
li ho riletti tutti, dal primo all'ultimo, due, tre, mille volte.
Ho rivissuto momenti che non mi appartenevano
Ho riso insieme a Superman
Ho pianto alla morte del nonno di Spiderman
Ho tenuto il fiato sospeso alla nuova evasione da Arkham Asylum del Joker
Mi sono addormentato con ancora la testa immersa in pagine patinati ed accese.
E dopo tanto, ho sognato.
Il sogno ricorrente che facevo sempre quando avevo dieci anni.
Cadevo, cadevo, cadevo, cadevo.
Poi tutto ad un tratto mi accorgevo di
saper volare.
Ero un supererore.
E ci riuscivo, diamine!
Ci riuscivo davvero a
salvare me stesso.